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Il Sole 24 Ore entra in Blogosfere, le reazioni

Il Gruppo Il Sole 24 Ore entra al 30% in Blogosfere, un network di blog nato nell'ottobre 2005. La notizia ha sicuramente colpito la blogosfera, anche perché è il secondo investimento del genere da parte del Sole 24 ore, dopo il lancio del network di blog Nòva100.

A raccontare in prima battuta l'acquisizione sono le due parti in causa. Matteo Cascinari, Direttore Area Multimedia de Il Sole 24 Ore, dichiara: "L'ingresso in Blogosfere fa parte della strategia di rafforzamento in Internet del Gruppo, consente di incorporare un know how tipico delle practice più avanzate del web e in particolare di un settore in forte espansione come quello dei blog".

La blogosfera non ha fatto mancare i suoi complimenti a Marco Montemagno (nella foto), AD di Blogosfere, che ha così commentato: "Grazie all'ingresso in società di un partner prestigioso come Il Sole 24 ORE, avremo la possibilità di sviluppare più rapidamente ed in modo più efficace Blogosfere, preservando al tempo stesso l'indipendenza dei blogger del network". Montemagno ha inoltre spiegato (intervistato da Stefano Vitta) la differenza concettuale tra il network di Blogosfere e il progetto Nòva 100.

Ma per conoscere un altro punto di vista su questo accordo, vogliamo pubblicarvi anche il pungente commento di Alessio Jacona, una delle prime firme di Communicagroup. Il suo post, pubblicato su Blogs4biz, analizza la situazione italiana per ciò che riguarda gli investimenti sul fronte del web:

Cominciamo con lo sgomberare il campo dagli equivoci: anche io credo sia un bene che i media tradizionali e, più in generale, le grandi aziende italiane si stiano finalmente accorgendo dell'esistenza del nanopublishing. Dada che entra in Blogo o IlSole24ore che entra in Blogosfere sono per più d'un verso un segnale positivo.

Ma anche no:

in questo Paesotto da terzo mondo il nanopublishing, che pure dimostra di funzionare egregiamente in contesti più civilizzati e meglio cablati, non decolla. Non arrivano gli investimenti pubblicitari con la "I" maiuscola, i soldi veri, e con loro la possibilità di investire, progettare e sviluppare per chi sulla microeditoria scommette ogni giorno da anni danaro, tempo e credibilità.

Quello che arriva è invece il Google di turno che rileva, finanzia, compra. Lo fa mostrando di credere nel nuovo, ma lo fa col coltello degli investimenti pubblicitari dalla parte del manico, mettendo sul tavolo una forza contrattuale quasi impossibile da fronteggiare e, per questo, inevitabilmente vicina al ricatto.

Di chi è la colpa? Ma di chi quegli investimenti pubblicitari raccoglie e poi gestisce, e prima ancora di chi li fa. Per vigliaccheria o per pigriza costoro continuano a puntare sugli stessi cavalli vincenti. E i proprietari delle scuderie a loro volta si ritrovano nelle tasche quintali di pubblicità in eccesso da veicolare un po' ovunque. Perfino su "questa roba trendy e un po' anarchica del nanopublishing".

In tutto questo, chi fa vera innovazione si ritrova davanti a un bivio: essere inghiottito impietosamente oppure procedere solo verso un futuro tutto da decifrare, ostacolato dall'ignoranza delle agenzia media che sembrano capire solo un paramentro, il numero degli utenti unici. Parametro la cui soglia minima di interesse, curiosamente, raddoppia ogni due mesi. Lungi da loro qualsiasi concetto di comunità, di fidelizzazione dell'utente, di pubblico di nicchia super-selezionato, interessato e partecipe. Qui o si fa il ROI o si muore.

Insomma: main stream media e aziende sembrano essersi accorti del nanopublishing e reagiscono comprandolo, copiandolo o facendo entrambe le cose. Il primo motore di ogni iniziativa editoriale, nonché la più potente arma in sede di trattativa, è come sempre la raccolta pubblicitaria, e tale resterà finché non verranno fuori altri modelli sostenibili di Business. E la pubblicità continua imperterrita a finire nelle solite tasche, lontano da quella microeditoria cui poi approda comunque per vie traverse. Se questo è il nuovo che avanza, c'è poco da stare allegri.

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